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Dong Haichuan e i palmi degli otto trigrammi

Il baguazhang (palmi degli otto trigrammi)[1] assieme al taijiquan e allo xingyiquan costituisce la “triade” per eccellenza degli stili interni (neijia). Iniziò a diffondersi a Pechino nella seconda metà dell’800 grazie a Dong Haichuan[2], originario di Zhujiawu[3] nello Hebei, da alcuni considerato il creatore dello stile da altri solo il suo maggior diffusore. Ancor oggi è popolare il racconto sul suo apprendistato come egli abbia appreso il metodo da un monaco taoista sui monti Jiuhua[4] ma molti esponenti della scuola vissuti in questo secolo affermano di non aver mai udito dai loro maestri ch’egli avesse rivelato come, dove e da chi apprese l’arte[5].

Secondo Zhang Dugan[6], allievo diretto del famosissimo maestro Wang Zhuangfei, Dong Haichuan avrebbe fatto parte di una scuderia di combattenti coltivata alla corte del principe Su[7], grande amante degli incontri di combattimento, e sarebbe vissuto alle dipendenze della corte imperiale. Numerosi furono i suoi presunti allievi, ma pare che solo quattro di loro appresero l’arte maestro per intero: Yin Fu (1841-1909), Cheng Tinghua (1843-1900), Liu Fengchun (1853-1922) e Ma Weiqi.

Gli allievi più intimi rivelarono assai poco sulla vita del maestro e la storia che segue è una sintesi di fonti diverse. Dong Haichuan divenne infatti una figura popolare nella letteratura a soggetto marziale del secolo scorso e la fantasia si è così strettamente intrecciata con le notizie biografiche da tessere una rete inestricabile.

Gioventù di Dong Haichuan

Dong Haichuan nacque a Zhujiawu, distretto di Wen’an, provincia di Hebei. Da bambino ammirava i grandi cavalieri del passato e sognava di poterne un giorno emulare le gesta. Dotato di forza fisica superiore alla norma, crebbe con la passione per le arti marziali e giovanissimo iniziò ad apprendere lo erlangquan[8], mettendosi presto in luce in tutto il villaggio per coraggio e abilità marziale. Di carattere schietto e deciso, amava la rettitudine e non sopportava le ingiustizie. Era ancora un ragazzo quando, nauseato dai continui soprusi subiti dai poveri contadini della zona, si unì a un gruppo di ribelli[9]. La rivolta fu soffocata e lui condannato per omicidio. Per sfuggire alla morte, scappò di notte dal villaggio iniziando a vagare verso sud alla ricerca di un luogo sicuro ove nascondersi, di esperti di combattimento coi quali confrontarsi e di maestri famosi dai quali apprendere i segreti più profondi dell’arte.

L’incontro col maestro

Dopo un lungo viaggio senza una precisa meta, giunse nel Jiangxi ove si inoltrò per un oscuro sentiero montano. Sui ripidi pendii sabbiosi che costeggiavano la via non v’era traccia d’uomo ma solo impronte di animali selvaggi e orme d’uccelli. Salici rigogliosi verdi come la giada circondavano le vette, scoiattoli e scimmie bianche giocavano tra i pini silvestri, freschi ruscelli d’acque argentine scorrevano impetuosi tra le gole. Dong Haichuan camminò a lungo per quei luoghi incontaminati, percorrendo a tratti sentieri angusti e tortuosi, a tratti verdi distese accarezzate dal vento. Trascorso mezzogiorno non riuscì più a distinguere l’est dall’ovest. S’incamminò per un boschetto quando all’improvviso la sua attenzione fu attratta da uno strano fruscio. Con grande stupore scorse un giovane monaco intento ad allenarsi. Camminava in cerchio e ruotava su se stesso aggirando gli alberi come fossero nemici, s’abbassava fulmineo scivolando sotto i rami più bassi, si piegava come per evitare i colpi di un avversario e di nuovo riprendeva a camminare in cerchio. Dong non aveva mai visto nulla del genere e lo trovò assai curioso. Nascosto tra le frasche lo osservò per un po’ senza farsi vedere ma ad un tratto il ragazzo si fermò e gridò verso di lui: “Chi è laggiù nascosto nell’ombra? Perché non uscite allo scoperto?” Dong gli si fece incontro e disse: “Ho visto il tuo esercizio e l’ho trovato interessante. In quanto ad agilità e scioltezza ne possiedi a profusione ma a cosa serva questa tua arte mi è del tutto oscuro!” Il giovane monaco replicò: “Questa è un’arte pugilistica e serve a combattere!” “Combattere?” – seguitò Dong arrogante – “e che ne sa di combattimento un giovane monaco che vive sperduto sulle montagne e mai ha incontrato un vero esperto? Vogliamo fare una prova?” Inaspettatamente il ragazzo attaccò Dong per tre volte e per tre volte lo mandò a terra senza ch’egli riuscisse a difendersi. Dong riconobbe la superiorità del metodo e pregò il giovane di insegnarglielo. Questi lo condusse allora alla presenza del suo maestro. Era un vecchio dalla lunga barba argentina, la pelle fresca come quella di un bimbo, le ossa flessibili come quelle d’un uccello, i muscoli scattanti come quelli d’un felino. Quando vide Dong disse: “Si può ben dire che gli uomini posso espandere la Via e la Via perciò si espande. So che sei venuto da lontano con l’intento di apprendere le arti marziali. Ebbene sappi che la mia Via ha come cuore i ‘palmi torcenti’ e si utilizza quale arte pugilistica. Chi la studia e l’apprende, comprendendola in profondità e penetrandone le infinite sottigliezze, non avrà rivali sotto il Cielo e potrà da solo rendere perfetto il suo corpo!” Dong seguì allora quella Via e la studiò e la comprese.

Di come apprese l’arte

Quei monti si snodavano altissimi fino a bucare le nubi e perciò erano chiamati Yunpanshan[10] – “monti avvolti alle nubi “. Tra quei monti v’era una grotta che all’alba e al tramonto si velava di nubi rosate; il maestro l’aveva scelta quale abitazione e l’aveva chiamata “grotta delle nubi rosate” (yunxidong). Il vegliardo aveva due allievi: il più anziano rispondeva al nome di Qingshan – “verde montagna”, il più giovane di Biyun – “azzurra nube[11]. Il maestro disse un giorno: “Ho per allievo Qingshan, che non è lontano dallo spessore e dalla pesantezza, poi ho Biyun, che mai cadrà tra gli uomini, e infine ho anche Haichuan, che invece scorrerà tra le comuni polveri![12] Dong non comprese il senso delle parole del maestro ma seguitò a studiare con tutto il suo impegno e giorno dopo giorno progredì nella disciplina. Apprese come usare i passi, le posizioni e gli spostamenti, come mutare da una tecnica all’altra, come usare i palmi, i gomiti e i pugni, come liberarsi dalle prese e come utilizzare la respirazione, la concentrazione, l’energia vitale, la forza e la strategia nel combattimento. Il maestro insegnava mostrando col corpo e spiegando con la parola e i tre giovani si allenavano insieme dall’alba al tramonto. Dong era così assorbito e stanco che spesso dimenticava persino di mangiare e di dormire. Passarono otto gelidi inverni ed otto calde estati, otto lunghi anni di venti e piogge trascorsero in un batter d’occhio ed infine la grande impresa giunse a compimento: Dong Haichuan aveva appreso l’arte marziale e le abilità di fondere lo spirito (lianshen) e condurre il soffio vitale (yunqi).

Il ritorno al villaggio

Dopo otto anni trascorsi in solitudine Dong Haichuan aveva maturato il desiderio di scendere dal monte e andare in cerca di esperti di combattimento coi quali misurarsi. Il maestro conosceva i suoi pensieri senza ch’egli gliene avesse mai fatta parola. Un giorno lo chiamò e gli disse: “Son già otto anni che non vedi i gelsi e le catalpe[13]. Scendi da questo monte e torna alle tue terre!” Dong, sorpreso, scoppiò in lacrime e disse: “Invero ho avuto questo pensiero, maestro, ma è stato solo il desiderio di un momento, non è affatto un’intenzione reale…” Il maestro aggiunse: “Se hai avuto questo desiderio, vai! Non indugiare!” Allora Dong Haichuan prese commiato, lasciò la grotta e scese dal monte. Camminò per tre giorni ma la sua mente esitò diecimila volte. Alla fine decise di rinunciare davvero al mondo e far ritorno allo Yunpanshan per seguitare a perfezionarsi nella Via e giungere così ad essere longevo come il Cielo[14]. Non appena s’accinse a riprendere la vecchia strada s’accorse però che tutto era cambiato e più non riuscì a trovare il sentiero per il quale era giunto. Tra nuvole e nebbie non riconobbe più alcun luogo e dopo un lungo girovagare decise di lasciarsi portare dai suoi passi. Quand’era ormai notte fonda scorse un bagliore: era una capanna di montanari. Chiedendo a loro indicazioni sulla strada, seppe di trovarsi nel villaggio di Zhaofengzhen. Dopo un mese arrivò al confine sudoccidentale dello Hebei, e poi in pochi giorni fu finalmente al suo villaggio. Senza un soldo e senza un lavoro, prese dimora al Tempio del Dio della Guerra (Guandimiao) che si trovava nella via meridionale di Zhujiawu. Erano passati quasi dieci anni da quando aveva lasciato il villaggio natale e la gente lo credeva o morto o scomparso per sempre. La condanna pendente su di lui non era però mai stata revocata e un giorno qualcuno lo riconobbe. Fu solo grazie al provvidenziale intervento di un amico che per la seconda volta evitò la cattura.

Alla corte del principe Su

Il benefattore di Dong possedeva una bottega di ceramiche fuori porta Chongwen a Yongshunli[15] e produceva vasellame pregiato per clienti altolocati. Tra i suoi committenti v’era anche la corte principesca di Houhaikou, entro porta Dongzhi. Approfittando delle sue conoscenze, un giorno riuscì ad introdurre Dong a corte. Entrare a servizio stabile presso una corte imperiale avrebbe garantito a Dong la sicurezza dell’impunibilità, ma le ferree regole del tempo imponevano una crudele rinuncia. “Sacrificare il piccolo per salvare il grande, questo è ciò che mi si chiede?” – disse Dong all’amico –  “La mia vita è certo cosa insignificante ma l’arte che possiedo vale più del mio stesso corpo; non può morire con me senza venir trasmessa!” Detto ciò accettò la castrazione ed entrò a corte come un umile servitore. Nascondendo il suo vero nome ed evitando di conversare con gli altri, per anni riuscì a far sì che nessuno sospettasse della sua vera identità e della sua grande abilità marziale.

L’arte è svelata

A quel tempo v’erano a palazzo due esperti di arti marziali, marito e moglie, di fede musulmana e di nome Sha. Avendo sentito dire che il principe Su era un amante delle arti marziali, s’erano a lui presentati per offrire i loro servigi. Il principe li aveva esaminati nella loro arte trovandoli eccellenti, perciò li aveva assunti entrambi, conferendo all’uomo la carica di responsabile delle guardie di palazzo. Un giorno comandò che fosse organizzata una grande festa con esibizioni e spettacoli per intrattenere e divertire i suoi pregiati ospiti e così una piccola folla tra ospiti e membri della corte Su, di ogni grado e rango, giovani e vecchi s’accalcò attorno al palco allestito in un cortile interno. Il principe Su chiamò ad alta voce che gli fosse servito del tè e dalle cucine mandarono Dong Haichuan. Ma la muraglia di gente attorno al principe era così fitta che non avrebbe potuto attraversala nemmeno una goccia d’acqua. Dong, con la caraffa d’acqua bollente in una mano e un vassoio col tè e le tazze nell’altra, con un balzo prodigioso scavalcò il pubblico andando ad atterrare, leggero come un gatto, proprio davanti al principe. Questi ne rimase strabiliato: “Sei sicuramente anche tu un esperto di arti marziali, non è vero?” – gli chiese incuriosito. “Ho potuto apprendere qualcosina!” – rispose Dong umilmente. Il principe gli ordinò allora di dare una dimostrazione della sua arte e Dong non poté rifiutarsi. Salito sul palco iniziò a muoversi come le acque copiose del Chanjiang o del Fiume Giallo, torrenziale, continuo ed inarrestabile; i suoi passi, come nubi volanti nel cielo, parevano non toccare nemmeno il suolo; ruotava a destra e si torceva a sinistra, mutando in continuazione dal morbido al duro e dando vita a mille cambiamenti e diecimila trasformazioni. Come un lampo saliva in alto per sostenere il Cielo e l’attimo seguente piombava in basso come il falco sulla preda; ora s’alzava come la scimmia bianca che offre un frutto, ora colpiva in basso come un drago nero che s’avvolge su stesso[16]. Il suo corpo sempre leggero e naturale, il suo respiro sempre calmo e incessante. Gli spettatori rimasero ad ammirarlo a bocca aperta come uno stormo di anatre mute. Al termine dell’esibizione Dong fece salire il suo qi e spiccò un salto di oltre di tre metri, fece un volteggio in aria e toccò terra senza fare il minimo rumore. Il principe Su ne fu entusiasta, mai aveva vista tanta abilità scaturire da un essere umano. Incuriosito lo chiamò a sé e gli chiese: “Qual è il nome di questo tua disciplina?” “Questa disciplina si chiama bagua!” rispose Dong. “E chi è il tuo maestro?” – chiese ancora il principe. Otto anni Haichuan avevo vissuto gomito a gomito col suo maestro ma non gliene aveva mai chiesto il nome, né questi glielo aveva rivelato[17]: “Un maestro taoista di Wan[18] che non mi hai mai rivelato il suo nome!” Il principe meravigliato aggiunse: “Questa disciplina proviene da un uomo straordinario!” e gli conferì l’incarico di capo delle guardie di palazzo.

I coniugi Sha tramano vendetta

I coniugi Sha avevano assistito alla scena silenziosi in disparte. Surclassati dalla divina abilità di Dong, si eclissarono col cuore pieno di odio e di rabbia. Oltre all’umiliazione subita era stato loro soffiato sotto il naso un mestiere prestigioso alla corte del principe. Nascondendo il risentimento nel profondo del loro cuore i due si mostrarono umili, pieni di premure e rispetto per il nuovo maestro, ma in realtà attendevano solo l’occasione giusta per vendicarsi. Un grande odio è però difficile da celare e Dong, ben vezzo a guardarsi le spalle, aveva compreso le loro reali intenzioni.

Una notte gli Sha si portarono all’esterno della sua camera da letto. Con un dito inumidito madama Sha fece un foro nella carta[19] della finestra. Nell’oscurità scorse la sagoma di Dong. Anziché giacere disteso sul letto egli era seduto con le gambe incrociate nella posizione del loto, come se meditasse. Madama Sha trasse una pistola da dentro la veste mentre il marito sguainò una sciabola affilata e si portò verso l’ingresso. Madama Sha si sporse e saltò dentro. Dong la udì chiaramente, aprì gli occhi e la fissò senza muoversi. Madama Sha alzò la pistola e gliela puntò contro dicendo: “Dong Haichuan, la tua celeste abilità di balzare nell’aria non ti sarà di alcun aiuto contro il ferro rovente di questa pallottola. Muori!” Un attimo prima che partisse il colpo, Dong balzò dal letto leggero come un uccello e le afferrò la mano disarmandola. In quel momento il marito sfondò la porta con un calcio e brandendo furente la sciabola gli si avventò contro deciso a farlo a brandelli, ma non appena vide la moglie inginocchiata a terra col capo chino, il coraggio gli venne meno. Si lasciò cadere in ginocchio ed implorò Dong di accettarlo come allievo. Senza rancore Dong lo accolse.

Dong Haichuan affronta i briganti

Un giorno il principe Su incaricò Dong Haichuan di riscuotere le tasse sul grano per le provincie a nord oltre la Grande Muraglia. Sulla via del ritorno, mentre la carovana si apprestava ad attraversare il passo di Malan, fu circondata ed assalita da un gruppo di briganti. Dong gridò loro con rabbia: “Cani briganti, osate rapinare il prossimo anche alla luce del giorno?” I banditi lo fissarono con disprezzo. Il capo banda spronò il cavallo e gli si fece incontro ridendo: “Ehi vecchio, hai deciso di morire in fretta!?!” Dong si gettò in avanti e furente lo colpì con un micidiale colpo di palmo. Il bandito stramazzò da cavallo morendo all’istante. A quella vista gli altri si tuffarono contro Dong come furie, brandendo sciabole e lance affilate, decisi a farlo a brandelli. Lui li affrontò con gli uncini in ogni direzione, difendendosi agile come un turbine di vento. In breve tempo molti di loro giacevano a terra morti o feriti, mentre gli scampati, tremanti, imploravano in ginocchio pietà. Chi assistette alla scena disse che Dong Haichuan era un essere soprannaturale e dopo quel fatto la sua fama di infallibile combattente si propagò anche oltre la Grande Muraglia.

Dong Haichuan e i suoi allievi

Dong era assai prudente nella scelta degli studenti e solo a chi si dimostrava un vero gentiluomo[20], dotato di onestà e rettitudine, accettava di trasmettere l’arte. Molti vennero a sfidarlo ma lui affrontò tutti con grande rispetto e lealtà, senza far distinzione di scuola o prestigio personale, ma sottomettendoli con arte e toccandoli con la virtù.

Un giorno se ne stava seduto sulla veranda del padiglione assieme agli allievi quando uno stormo di passeri si posò sul tetto dell’edificio cinguettando rumorosamente. Dong ne fu infastidito e allora, alzando il corpo in aria come fosse una piuma, spiccò un balzo sorprendente e acchiappò tre passeri in un sol colpo. Gli allievi rimasero di stucco e gli chiesero d’insegnar loro quell’arte dei balzi prodigiosi. Ma lui replicò ridendo: “Com’è che volete tutti imparare quest’arte, volete diventare ladri?” e a nessuno mai la insegnò.

Aveva un allievo di nome Ruan Zhengu la cui abilità era profonda e solida. Si alzava e si abbassava sulle gambe con una facilità impressionante, balzava sui muri e sui tetti dei palazzi e dei padiglioni della corte che pareva scivolasse su una liscia superficie. Dong un giorno lo ammonì: “La tua capacità di cavalcare il vuoto e camminare sui muri è eccellente! Se osi darti ad azioni malvagie ti taglio la testa!” Dopo mezzo anno Ruan Zhengu giunse reggendosi a due stampelle riuscendo a muovere le gambe appena di 3 o 4 pollici ogni passo. Dong gli chiese cosa fosse accaduto e lui rispose: “Maestro, mi sono rotto le gambe.” Dong scosse la testa triste e aggiunse: “Peccato! Anzi, forse è meglio così… eviterai di cacciarti nei guai!”

Un giorno Yin Fu radunò tutti gli allievi per fare omaggio di lunga vita al maestro in occasione del suo compleanno. Al termine del banchetto Dong si ritirò per riposare mentre gli allievi restarono nel cortile ad esercitarsi e misurarsi tra loro nel combattimento. A un certo punto decisero di chiamarlo affinché facesse da giudice, ma quando entrarono nella stanza non lo trovarono. Allora uscirono di nuovo guardandosi attorno e lo videro passeggiare tranquillamente su e giù per il cortile. Sorpresi gli chiesero quando fosse uscito. Dong rispose: “Quelli della vostra generazione si esercitano alle arti marziali senza che i loro occhi e le loro orecchie riescano a vedere e sentire contemporaneamente. Questa è invero un gravissima pecca. Sono uscito dal mio padiglione davanti ai vostri occhi e voi non ve ne siete nemmeno accorti. Se fossi stato un nemico animato da malvagi propositi che fine avreste fatto? Per imparare le arti marziali non basta l’esercizio ma si deve anche aver occhi e orecchie tutt’attorno, anche quando ci si sta allenando, ed essere sempre pronti a difendersi in qualunque circostanza!” Giunta sera, dopo mangiato, Yang Junfeng gli chiese: “Io, allievo nipote[21], oserei dire che i vostri allievi son ben svegli nell’osservare e nel percepire ma la faccenda di stamattina mi ha lasciato di stucco. Posso chiedere al maestro se ci è concesso di provare di nuovo?” Dong rispose: “Di tutti voi sei tu l’unico ad essere così invadente. Se vuoi provare ancora prova pure, che male c’è!” Detto ciò si andò a sedere sulla sua sedia al centro della stanza e comandò: “Spegnete le lanterne! Se qualcuno di voi riuscirà a prendermi domani offrirò un altro banchetto!” Gli allievi lo circondarono e, appena le lanterne furono spente, lo cercarono per tutta la stanza cozzando l’un contro l’altro senza riuscire a trovarlo. Di nuovo accesero le lanterne e Dong era ancora seduto diritto al suo posto al centro della sala. Junfeng, non ancor pago, chiese di tentar di nuovo. Non appena le lanterne furono spente, egli trasse lesto una candela e l’accese. Vide allora che il maestro era appeso a una trave del soffitto. Yang rise e disse: “Il maestro è appeso al soffitto e noi lo cerchiamo qui per terra, abbiamo il nostro bel da cercare! Non c’è da stupirsi se oggi è riuscito ad uscire dal padiglione senza che nessuno se ne accorgesse!” Dong Haichuan scoppiò in una risata e saltò giù. Yang gli disse: “Maestro, se voi siete in grado di far salire il vostro qi e alzare il corpo in aria a quel modo, io, vostro umile allievo nipote, oso porvi una stupida domanda: è possibile, come dicono certuni, colpire un avversario col qi?” Dong rispose: “Far sì che il qi colpisca un avversario? E il qi da dove scaturirebbe? E’ necessario usare la forza fisica e nient’altro!”

L’onorevole Dong aveva più di ottant’anni quando un giorno iniziò a sentirsi male. Provò a far circolare il qi all’interno del suo corpo ma sentì che si andava disperdendo. Allora chiamò urgentemente gli allievi a sé e disse: Sto per lasciarvi… allievi miei, comportatevi sempre in modo retto. Se saprete far sì che il baguazhang venga trasmesso e non cada nell’oblio, io, seppur morto, rivivrò!” Detto ciò spirò seduto, perfettamente eretto, immobile come una statua. Era il 15° giorno del 12° mese dell’8° anno dell’era Guangxu (1882). Più di cento persone vestite a lutto accompagnarono la sua salma alla sepoltura. Fu inumato a lato della grande strada di Xuhongqiao, a Dabeili, fuori porta Dongzhi. Due anni dopo sulla sua tomba fu inciso il seguente epitaffio[22]:

Il maestro faceva Dong di cognome e Haichuan di nome[23], il suo paese natale era Zhujiawu, a sud della città distrettuale di Wen’an nella provincia di Hebei. Da ragazzo fu un valoroso cavaliere e da adulto decise di non avere una discendenza. La sua condotta fu spesso al limite della legalità ma sempre accorse in aiuto di chi si trovava in difficoltà e soccorse chi era in pericolo senza risparmiare in ciò nemmeno un briciolo delle sue forze.

Amava profondamente la caccia e un giorno si inoltrò a cavallo per una foresta lussureggiante dove numerose bestie selvagge caddero sotto i suoi dardi. Da adulto viaggiò nelle quattro direzioni attraversando Wu, Yue, Ba e Shu[24]. Visitò tutti i monti famosi e tutti i grandi fiumi, senza tralasciare alcun luogo di difficile e periglioso accesso ma cercando anzi quelli più strani e straordinari e ciò fece per rafforzare il suo spirito.

Un giorno incontrò un taoista[25] che gli insegnò l’arte marziale e da allora eccelse nel pugilato. In età matura incappò suo malgrado nel triste destino che era stato dell’onorevole Sima[26] e finì per servire a corte come eunuco.

Il maestro odiava i malvagi con tutto se stesso e col tempo rivelò il suo nobile spirito. I suoi colleghi iniziarono a divenir sospettosi e a temerlo, perciò fu mandato a servizio alla reggia del principe Su.

In tarda età ottenne un alloggio fuori del palazzo. Molti lo pregarono d’insegnare, dall’uomo comune al personaggio illustre, dall’operaio, al mercante sino al funzionario, più di un centinaio di persone appresero da lui qualcosa della sua arte.

Un giorno stava viaggiando oltre la Grande Muraglia quando incappò in una manipolo di uomini armati di lame affilate che lo circondarono e lo attaccarono. Il maestro li accolse in tutte le direzioni, agile come un turbine di vento. Chi lo vide disse che era un “guerriero divino” ed ebbe timore della sua splendida abilità.

Quando fu prossimo alla morte gli allievi cercarono di sollevargli le gambe e le braccia, ma erano pesanti come il ferro. Dopo tre giorni egli spirò, seduto perfettamente diritto. Molti credettero avesse lasciato il corpo per “trasformarsi in piuma”[27].

Gli allievi della capitale, oltre un centinaio di persone, tutti vestiti di seta grezza bianca[28], accompagnarono il feretro alla sepoltura fuori porta Dongzhi, qualche miglio fuori città e mai nessuno potrà dimenticare il profondo dolore con cui lo piansero. Infine decisero di dedicargli un epitaffio commemorativo per esprimere così per sempre i loro sinceri sentimenti.

 

2° mese del 9° anno dell’era Guangxu (1884)

 

Nel 19° anno della Repubblica (1922) anche Ma Gui, allievo di Yin Fu, gli dedicò una lapide commemorativa:

 

Tutta la vita condusse il Signore senza una moglie

Insegnò a molti allievi, i quali lo chiamarono Dong, il venerando signore[29] 

Aveva davvero scelto di fare l’eunuco?

Davvero aveva voluto evitare gli oneri di una famiglia?

Ahimè, un uomo dall’arte superba ha avuto recisa la discendenza[30],

eppure oggi il baguazhang è diffuso al nord e al sud,

la scuola cresce prospera e gloriosa

e una folla lo onora quale antenato fondatore.

Se lui lo sapesse la sua anima avrebbe ove tornare

Come una crisalide che mai muore ma rinasce per mille autunni.

 


[1] Gli “otto trigrammi” (bagua) sono gli otto segni basilari del libro di mutamenti (yijing), il più antico libro cinese nonché il più famoso testo oracolare.

[2] Secondo alcune fonti nacque il 13.10.1797 (2° anno dell’era Jiaqing), in altre nel 1813 (17° anno Jiaqing) e morì il 25.10.1882.

[3] Il villaggio di Zhujiawu è situato a 20 li (circa 10 km) a sud del capoluogo distrettuale di Wen’an, provincia di Hebei.

[4] Distretto di Qingyang, provincia di Anhui.

[5] I cinesi sono d’altronde assai riservati sulla loro vita privata ed è considerato scortese chiedere informazioni personali.

[6] Il maestro Zhang Dugan è attualmente il più illustre esperto di wushu tradizionale in Italia e da anni insegna la sua arte in diverse città, per contatti: Istituto Nazionale Baguazhang, www.baguazhang.it.

[7] Alcuni raccontano che Dong Haichuan, colpevole di omicidio, decise di lasciarsi evirare per entrare a servizio del principe e sottrarsi così alla pena di morte.

[8] Hao Xinlian. Zhonghua Wushushiyong babaike, Beijing, 1991, Beijing tiyu xueyuan, p. 652. Secondo altri studiò il luohanquan ma i più non riportano alcuna notizia sui suoi studi prima del baguazhang. Sia erlangquan che luohanquan sono stili classificati generalmente come shaolin.

[9] Questa tesi è sostenuta da Hao Xinglian, op. cit. Nell’800 scoppiarono molte rivolte contadine nel nord della Cina che interessarono anche le zone d’origine di Dong. Nel 1813, ad esempio, scoppiò una rivolta ispirata dalla “Setta degli Otto Trigrammi” (baguajiao), una diramazione della famosa setta segreta del Loto Bianco (bailianjiao). Poi ne seguirono numerose minori e locali sino alle grandi rivolte dei Nian (1853-1868) e dei Taiping (1851-1864).

[10] Secondo altre versioni sarebbero invece i monti Jiuhua o Yuhua nello Anhui.

[11] Secondo altre versioni si sarebbero chiamati Bi Dengxia e Bi Yuexia; secondo altre ancora Bi Dengxia sarebbe stato invece il nome del suo maestro. Vi è anche chi sostine che egli apprese lo stile da un giovane taoista senza nome.

[12] Significa che il primo allievo era assai prossimo all’ottenimento della Via. “Spessore” e “pesantezza” sono aggettivi che significano la solidità e la profondità dei risultati nella disciplina. Il secondo non cadrà tra gli uomini vuol dire che non farà mai ritorno nella società mondana. “Scorrere tra le comuni polveri” vuol dire vivere nella società.

[13] Espressione poetica per indicare i luoghi natii.

[14] Si riferisce alla pratica dell’immortalità, una disciplina coltivata in molti ambienti taoisti.

[15] Questa notizia è riportata da Li Gongcheng.

[16] Sono nomi di movimenti peculiari dello stile.

[17] Nella Cina imperiale non era cortese chiedere il nome. In genere si veniva presentati e nelle relazioni si preferiva non usare mai il nome proprio, riservato ad un ambito familiare e intimo, e possibilmente nemmeno il cognome. Si utilizzavano soprattutto i titoli professionali. Questa abitudine si è in parte conservata sino ad oggi. Nessuno s’offende se gli si chiede il nome, ma non ci si chiama quasi mai per nome.

[18] Wan è un altro nome per la provincia di Anhui.

[19] Le finestre cinesi erano di carta.

[20] Junzi.

[21] “Allievo nipote” significa allievo di un allievo del maestro.

[22] Alcuni ritengono che Yin Fu ne sia stato l’autore.

[23] Nel testo non si dice “nome” poiché era vietato chiamare per nome un defunto.

[24] Cioè Jiangsu, Zhejiang e Sichuan.

[25] Lett. “un copricapo giallo” (huangguan) simbolo distintivo dei preti taoisti.

[26] Si riferisce a Sima Qian (145 o 135 a.C. – ?) che fu il più illustre storiografo cinese e subì la castrazione. Di lui ci son pervenute le famose shiji (memorie di uno storico) il più antico testo di storia della Cina.

[27] Vuol dire divenire immortale.

[28] Segno di lutto.

[29] In cinese laogong – lett. “anziano signore – è un titolo di rispetto usato nei confronti degli anziani della propria famiglia o di altre persone alle quali si voglia tributare un rispetto pari a quello dei famigliari.

[30] Per i cinesi la famiglia e la discendenza erano tra le priorità fondamentali dell’essere umano. Vivere senza famiglia e non avere eredi era considerata la peggiore delle sventure.

 

Articoli scritti e curati dal Prof. Fabio Smolari che ringraziamo per la gentile concessione.

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