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Gong Baotian e Wang Zhuang Fei

Gong Baotian (1867-1943), nome pubblico Zhanyuan, nativo di Muping nello Shandong, fu allievo e successore di Yin Fu a capo delle guardie di palazzo. Per i suoi servigi l’imperatore gli concesse il raro onore di vestire la “casacca gialla” (huangmagua)[1].

Alla caduta della dinastia Gong Baotian tornò al paese natale. Saputo del suo rientro, un facoltoso signore di Yantai di nome Wang lo invitò presso di lui affinché istruisse il figlio Zhuangfei. In quindici anni di vita assieme, Wang Zhuangfei ( – 1998) apprese per intero l’arte di Baotian divenendo la quarta generazione del baguazhang ortodosso. Wang Zhuangfei è conosciuto in Cina come uno dei migliori esperti di bagua di questo secolo, eppure il suo nome compare raramente nelle biografie ufficiali. Come molti altri maestri egli rifiutò infatti di abbandonare la pratica del combattimento tradizionale ed entrò in forte polemica coi direttori degli istituti di arti marziali che lo esclusero dalle cariche più prestigiose. Tra i suoi allievi più noti il figlio Wang Zhi e Zhang Dugan tradizionalmente allievo del figlio ma che ha appreso molto pure dal padre.

 

 

Era una mattina di mezza estate ed il sole dell’alba era appena spuntato che le cicale, nascoste tra i salici, già annunciavano l’inizio di un altro torrido giorno. Molti se ne stavano ancora a letto a sonnicchiare approfittando degli ultimi istanti di fresco, ma in un angolo del parco Xuhui di Shanghai un signore dai bianchi capelli e dalla lunga barba affrontava quattro avversari grossi come buoi e potenti come cavalli. L’anziano maestro, senza neppure guardare, aggirava con gran facilità gli avversari che lo attaccavano in ogni direzione, mutando continuamente la sua posizione. I passi saldi e la vita agile, l’incedere circolare, leggero e naturale, semplice al vedersi nonché prefetto, vigoroso ed elegante al tempo stesso. Una piccola folla s’era accalcata ad ammirarlo e ne lodava stupefatta l’abilità. A un certo punto, uno dopo l’altro, i quattro si avventarono sul vegliardo cercando di colpirlo con il taglio della mano. Per nulla agitato, egli schivò il primo attacco e rispose portandosi con buon anticipo alle spalle dell’avversario ove lo spinse alla schiena facendolo volare a pancia sotto. In breve tutti gli attaccanti furono scaraventati a diversi metri di distanza. Uno di loro, un tipaccio scuro dall’aspetto feroce, pur colpito per ben tre volte non intendeva darsi per vinto. Rialzatosi infuriato, si scagliò con un urlo contro il vecchio maestro cercando di assestargli un doppio colpo di “palmo penetrante” (shuang chuanzhang). Senza concedere tempo ad una reazione, seguì con il “leone spalanca la bocca” (shizi zhanzui), mirando al volto e all’inguine dell’anziano, ma immancabilmente finì di nuovo rovinosamente per terra. Il maestro lo aiutò ad alzarsi rimproverandolo: “Hai sempre troppa ansia nel cercar la vittoria: il tuo qi si disperde e i tuoi passi sono confusi, vieni e vai in linea retta, ti piace forse prenderle? Ricordati di questo: nel colpire di pugno o di palmo bisogna sapersi ben coordinare con gli spostamenti diagonali e trasversali e usare molto questa tattica; che nell’avanzare sia sempre possibile il ritirarsi e nell’indietreggiare l’avanzare e che in ogni momento, in ogni istante, sempre si sia padroni dell’iniziativa!” Il giovane, visibilmente imbarazzato, annuì e ringraziò il maestro. Quel vegliardo era Wang Zhuangfei ed aveva 76 anni. I quattro erano tutti suoi allievi e stavano ricevendo una lezione sul combattimento libero.

 

Il baguazhang ortodosso fu trasmesso soltanto all’interno della corte imperiale dei Qing e pochissimi furono coloro che poterono apprenderlo in epoca repubblicana. Quando Dong Haichuan era ancora capo istruttore delle guardie di palazzo, aveva come assistente un certo Yin Fu al quale il maestro aveva affidato la formazione delle nuove generazioni. Un giorno notò un ragazzino di quindici anni, sveglio nell’intelletto e agile di corpo, e subito lo volle come allievo; era l’anno 1882. Il ragazzo, entrato a servizio grazie all’intercessione del fratello che era un funzionario imperiale, si chiamava Gong Baotian. Da quel giorno studiò quotidianamente l’arte del baguazhang sotto la guida di Yin Fu ed ebbe modo di frequentare anche il venerabile Dong Haichuan, il quale lo prese in simpatia dandogli consigli e correggendone la pratica ed intrattenendosi amorevolmente con lui come fosse un nipote. Quando la sua arte fu completa Gong Baotian divenne il successore di Yin Fu e grazie alla sua abilità marziale si guadagnò una fama pari a quella del maestro. Ricevette il rango di mandarino del quarto livello[2] e gli fu concesso il rarissimo onore di indossare la “casacca gialla” (huangmagua); solo due uomini avevano quel privilegio a quei tempi: uno era Huang Santai e l’altro proprio Gong Baotian.

 

Alla caduta della dinastia scoppiò violenta la guerra civile e il “signore della guerra” Zhang Zuolin[3] riuscì ad occupare Pechino. Un giorno volle sfidare Gong Baotian a duello. Per tre volte tentò di trafiggerlo con la sua lancia ma Gong Baotian schivò le stoccate con l’agilità di un essere sovrannaturale, mandando tutti gli attacchi a vuoto. Zhang Zuolin ne fu così impressionato che lo nominò Alto Commissario Ispettore delle Tre Province Orientali e per tre anni fu istruttore capo di arti marziali nel suo esercito. Nel 1928 Zhang Zuolin morì in un attentato e Gong Baotian tornò al suo paese natale dove prese dimora in un tulou[4] di campagna. Per entrare ed uscire non utilizzava le scale ma anche in tarda età saltava dentro e fuori con l’agilità di una scimmia. La gente del posto riteneva fosse un essere divino e prese a dire: “Gong Baotian shi shen bushi ren!” – “Gong Baotian è un dio non è un uomo!”.

Un giorno il comandante del 5° reggimento dell’esercito nazionalista Zhang Xiangwu, che da tempo aveva udito di lui, giunse appositamente a fargli vista. Gong gli si fece incontro saltando con un balzo un canale largo una decina di metri, lasciando il generale senza parole.

 

A Yantai viveva, in quegli anni, un facoltoso signore di nome Diao YuTing la cui figlia aveva sposato il giovane focoso Wang Pencheng, grande amante delle arti marziali e, nonostante la giovane età, grande esperto, insieme ai fratelli, dello stile shaolin luohanchui (colpi dei Luohan di Shaolin). Non appena Diao YuTing venne a sapere che Gong Baotian era rientrato nello Shandong e viveva da solo come un eremita, subito andò ad offrirgli un’esistenza decorosa presso di lui e lo convinse ad accettare il giovane genero come allievo.

Gong Baotian non era di bell’aspetto. Ma soprattutto era piccolo e magro, scuro di carnagione, con due baffi che gli scendevano sui lati della bocca come la coda di una rondine, somigliava più ad una scimmia che ad un uomo. Quando il giovane Pencheng lo vide per la prima volta provò disgusto e sottovalutò quel piccolo uomo: non poteva credere che quell’individuo fosse un maestro d’arti marziali. Gong Baotian lo capì all’istante e allora, con un movimento impercettibile, spiccò un salto straordinario ed acchiappò al volo un passero che stava passando sopra di lui. Poi si guardò attorno e vide che in un angolo del cortile v’erano delle grandi ceste piatte nelle quali erano stesi ad asciugare i fagioli di soia. Prese una manciata di fagioli di soia e li strofinò tra le mani riducendoli in farina, quindi balzò leggero come una rondine sul bordo di una cesta e iniziò a camminarvi sopra senza farla minimamente oscillare. Alla vista di tale meraviglia, Pencheng si prostrò in ginocchio con la fronte a terra in segno di rispetto e ammirazione e lo pregò di accettarlo come allievo. Da allora i due vissero oltre dieci anni fianco a fianco, come padre e figlio.

Pencheng si alzava all’alba per allenarsi secondo le istruzioni del maestro e i suoi progressi nell’arte furono rapidi e profondi. Anche nel caldo più torrido e nel freddo più pungente si allenava tre volte al giorno: mattino, pomeriggio e sera. In inverno si alzava alle quattro del mattino. Gong Baotian gli toglieva la giacca lasciandolo a torso nudo, in modo che non osasse fermarsi, mentre lui se ne tornava a dormire, utilizzando i vestiti del giovane allievo come cuscino. Quando fu maggiorenne il maestro gli vietò di dormire con la moglie e lo tenne con sé nel suo padiglione così che non fosse distratto e fiaccato dall’amore per la sua donna. Gli allenamenti erano così duri che Pencheng sentiva il corpo cadergli a pezzi e quando si coricava i dolori non gli consentivano di voltarsi nel letto. Alle volte era tanto sfinito da non riuscire a mangiare né a bere. Nonostante ciò tenne duro e continuò ad esercitarsi senza lasciarsi sfuggire nemmeno un lamento.

Durante la pratica del combattimento, il maestro lo colpiva spesso con violenza alle costole o alla schiena lasciandogli lividi ed ematomi. Quando la madre lo vedeva non poteva che piangere di nascosto in silenzio ma Wang Pencheng capiva che tutto ciò era necessario alla sua preparazione. Fu così che il suo maestro volle onorarlo del nome con cui è universalmente riconosciuto: ossia Wang Zhuanfei che significa “Forte e veloce”.

Se non avesse sopportato allenamenti estenuanti, privazioni e quei colpi non avrebbe potuto comprendere i punti essenziali del combattimento. Dopo questo studio incessante Wang Zhuanfei  aveva penetrato tutti i segreti del baguazhang, raggiungendone la quintessenza. Non era ancora ventenne quando sconfisse al leitai, un certo Li dal “palmo di ferro” (tieshashou), che ne era stato più volte campione. A ventidue anni sconfisse in combattimento Liu “il re del Tanglang” di Jiaodong[5], che dopo il duello divenne suo amico e studente. A ventisei anni si scontrò con un certo Wang, maestro del grande traditore della Cina Zhang Huanan di Yantai[6] e lo batté. A ventisette anni sconfisse pure un certo Zhu, un uomo imponente come una pagoda di ferro, dalla forza senza eguali, che riusciva a reggere un cesto di carbone del peso di 800 jin (400 kg) camminando come se volasse.

Wang Zhuangfei era un uomo schietto e onesto, deciso e focoso, amante della giustizia e dell’arte marziale. Negli anni ‘30 la marina americana aveva occupato la baia di Yantai e alcuni marinai si divertivano a menare i poveri cinesi che andavano a nuotare alla spiaggia. Accade un giorno che tre marinai americani presero a bersaglio un contadino che nuotava nelle acque di Runei. Con un paio di cazzotti lo spedirono a terra quasi privo di sensi. Proprio in quell’istante passava di lì Wang Zhuangfei con un amico. Vedendo la scena si tuffò in soccorso del malcapitato e diede una sonora lezione ai bulli stranieri salvando il poveraccio da peggior sorte. Pochi giorni dopo, mentre stava passeggiando lungo la via principale della città, incappò in due marinai ubriachi che stavano importunando una giovane ragazza. Zhuangfei si fece avanti con un urlo e li punì come meritavano. Un giorno gli americani allestirono un ring sulla pubblica piazza allo scopo di ridicolizzare i cinesi facendoli combattere col loro campione di pugilato, un massiccio soldato di colore che la gente chiamava popolarmente il “re della boxe”. Zhuangfei non riuscì a resistere alla provocazione e saltò sul palco. I due si scatenarono in una lotta furibonda che vide il trionfo di Zhuangfei e il tripudio del pubblico che non sperava di vedere piegato quell’orso dalla forza sovrumana.

Negli anni ’40, durante l’occupazione giapponese della Cina, Wang Zhuangfei e sua moglie Diao Suzhen aiutarono e salvarono sette partigiani cinesi, feriti e ricercati dai soldati giapponesi, nutrendoli e nascondendoli a casa loro e presso la sorella. In quel periodo essi abitavano già a Shanghai ove il famoso creatore dello yiquan Wang Xiangzhai[7] era l’unico maestro cinese ad aver accettato di insegnare il wushu agli invasori giapponesi. Per questo motivo godeva della protezione nipponica e veniva pubblicamente sostenuto e pubblicizzato sia in Cina che in Giappone. Alcuni suoi allievi avevano udito della fama di combattente di Wang Zhuangfei e un giorno lo andarono a trovare dicendo che il loro maestro lo sfidava a duello. Wang Zhuangfei non conosceva Wang Xiangzhai e senza pensarci due volte si presentò alla sua scuola. Wang Xiangzhai, che non era stato messo al corrente della cosa, quando si trovò di fronte il ragazzo non poté che ordinare ad alcuni studenti di battersi con lui. Uno dopo l’altro Zhuangfei li liquidò senza troppi complimenti. A quel punto Wang Xiangzhai non poteva esimersi dallo scontro diretto. Zhuangfei, per nulla intimorito, gli piazzò un doppio colpo di palmo al torace facendolo volare a terra e mandandolo su tutte le furie. Subito dopo l’episodio un amico raccontò a Zhungfei chi era l’uomo che aveva appena umiliato davanti agli allievi e gli consigliò di fuggire dalla città; se fosse rimasto sarebbe sicuramente incappato nella rappresaglia dei soldati giapponesi.

Con la fine “banda dei quattro”[8] il Partito Comunista Cinese ricominciò a sostenere lo sviluppo del wushu e Wang Zhuangfei fu invitato ad insegnare pubblicamente la sua arte. Da allora quasi tremila persone avrebbero, chi più chi meno, studiato con lui il baguazhang. Egli non volle mai parlare in modo vuoto delle arti marziali ma sempre rimase fedele all’idea secondo la quale: “chi pratica arti marziali deve saper combattere! L’aspetto salutare è una conseguenza dell’aspetto marziale e non viceversa. La bellezza dell’arte marziale tradizionale è il risultato della consumata abilità di vero esercizio di generazioni di combattenti. Solo mantenendo intatti e vivi questi valori si potrà diffondere il wushu cinese oltre i quattro mari e non certo appoggiandosi a pugni fioriti e calci ricamati[9]!”

 


[1] Il colore giallo era riservato al “Figlio del Cielo” – cioè all’imperatore – ed era quindi simbolo del favore imperiale.

[2] A quel tempo in Cina solo nove persone potevano fregiarsi di tale titolo.

[3] Zhang Zuolin (1875-1928), comandante in capo dell’Armata del Nordest, era sostenuto dai giapponesi. Nel 1928 venne sconfitto dall’esercito nazionalista di Jiang Jieshi (Chiang Kai-Shek) e nella sua fuga verso il nordest cadde vittima di un attentato dinamitardo tesogli dagli ex-alleati giapponesi alla stazione ferroviaria di Huanggutun.

[4] Un tipo particolare di casa che si incontra nelle campagne di alcune zone della Cina. Si tratta di un edificio soprelevato scavato nella roccia o nel fianco di una montagna.

[5] Una località nella provincia di Shandong.

[6] Si riferisce probabilmente ad un collaborazionista dei giapponesi.

[7] Wang Xiangzhai (1890-1963) di Shenxian nello Hebei apprese lo xingyiquan da Guo Yunshen (1820-1901) dopodiché studiò anche col maestro della setta Chan Zhulin, con Xie Tiefu, Liu Fengchun e altri il taijiquan, il baguazhang e lo zonghequan di Fuzhou e mise a punto un suo sistema chiamato yiquan (boxe del pensiero) o dachengquan (boxe del grande compimento).

[8] Cioè la fine definitiva della rivoluzione culturale nel 1978.

[9] Cioè non facendo affidamento a movimenti eleganti ma privati di ogni utilità pratica. “Pugni fioriti e calci ricamati” (huaquan xiutui) è un’espressione classica che indica un’arte marziale svuotata di contenuti, inutilizzabile ai fini marziali e buona solo per lo spettacolo ed il divertimento.

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